Benedetta e “Un Mărţişor per non dimenticare”

Benedetta Rocchi ha lavorato come sceneggiatrice, attrice e ispettore di produzione in “Un Mărţişor per non dimenticare”, inoltre ha realizzato uno scritto, che è molto più di una sinossi del mediometraggio, e ben si avvicina a un saggio di teoria cinematografica.
Questo lavoro è nato quasi per caso e in modo parallelo al progetto, in parte dal mio desiderio di approfondire l’insegnamento di alcuni aspetti, in parte dalla curiosità e dalla passione dimostrata da Benedetta, la quale ha lavorato duramente nel corso dell’anno, leggendo, commentando e analizzando testi spesso difficili per una ragazza di allora 12 anni, a dimostrazione, ancora una volta, che provocare la curiosità nei giovanissimi, fargli scoprire autori, non può che arricchirli culturalmente e umanamente.

Diletta D’Ascia

In “Un Mărţişor per non dimenticare” viene trattato il tema dell’integrazione; ragazzi stranieri che arrivano in un nuovo Paese con nuove usanze, nuova lingua, nuova cultura, nuova mentalità e sono catapultati in un mondo nuovo nel quale non si sentono sicuri. Marius è uno di questi, un ragazzo romeno, arrivato da poco in Italia, che vorrebbe fare amicizia e ha nostalgia di casa.
Viene sfiorato anche l’argomento della solitudine, sentimento che il protagonista si trova ad affrontare, e della tristezza, intervallata, solo a piccoli tratti, alla gioia, nel momento in cui Marius, finalmente inserito nella comitiva, riceve la spiacevole notizia del ritorno a casa in Romania. Lo avvertiamo già nella scena in cui il Professor Valti spiega come Mahler, nella Quinta Sinfonia, alterna “il tempo del trauma al tempo del distacco” nel quale inserisce un programma interiore di contraddizione, tra vita e morte, tra gioia e dolore.
Inizialmente il protagonista non riesce a socializzare e ambientarsi nel nuovo gruppo classe e si rifugia nella lettura; Marius, come il personaggio di Prospero, in “La Tempesta” di Shakespeare, si dedica “alla solitudine e alla cura” della sua mente per mezzo della lettura. A ricollegarsi al tema della solitudine ci sono anche i romanzi di Calvino: il protagonista si estranea dalla realtà per comprendere ancora meglio il mondo in cui vive, e, proprio come Calvino, abbiamo utilizzato un Narratore parte della storia che si “svela” allo spettatore con una “giravolta finale”.
Il finale teatrale della nostra storia è stato ripreso sempre da Shakespeare; il personaggio di Marco, come Prospero, recita la frase conclusiva “Noi siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni e la nostra piccola vita è cinta di sonno”. Questo finale mi fa tornare con la mente all’idea di Brecth, secondo la quale tra lo spettatore e la storia ci deve essere un distacco; questa frase riporta, appunto, il nostro spettatore alla realtà, ricordandogli che ciò che ha appena visto è tutta opera della fantasia.
Il titolo che abbiamo scelto “Un Mărţişor per non dimenticare” viene dal Mărţişor, una sorta di amuleto che in Romania solitamente i ragazzi usano regalare alle ragazze durante la primavera. Marius infatti lo regala alla ragazza per la quale si è preso una cotta, Roberta; questo dono è un bracciale con due fili intrecciati, uno rosso e uno bianco; rosso come donna, fuoco e sole, e bianco come uomo, saggezza e chiarezza. Il filo intrecciato vuole essere un simbolo anche del nostro lavoro in cui due culture non si limitano a coesistere, ma riescono a fondersi perfettamente.

Benedetta Rocchi

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